PortfolioFranco SCAUSO
Sicilia

di Angelo Grimaldi
Simona Franceschino Simona Franceschino20 Marzo 2020819
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Tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.

Italo Calvino

Franco Scauso, classe 1947, inizia a fotografare negli anni ’70 con una “Ferrania”, il suo palcoscenico è la strada, quella dei quartieri popolari di Lentini, suo paese natale, e dei piccoli centri limitrofi come Francofonte, Scordia, Carlentini e Vizzini; gli attori sono la gente comune, le persone semplici che vivevano di semplici cose e semplici gesti, con quei riti quotidiani che si tramandavano dal dopoguerra e che ci hanno accompagnato fino alla fine degli anni ’80, crocevia di un vero e definitivo cambio culturale, favorito soprattutto dalle nuove tecnologie che scalzavano gli “oggetti dei nonni” e facevano abbandonare le case nei quartieri popolari per il “nuovo sogno condominiale”, segno di affermazione sociale. Lavoro e giuoco sono le tematiche più care a Franco, quasi a testimoniare il cambiamento dell’uomo a prescindere dalla sua anagrafica, che venivano immortalate nella sua scatola magica, forse perché voleva resistere a tutto ciò o perché sentiva semplicemente il bisogno di documentare qualcosa che, di lì a poco, non sarebbe più esistita; il bisogno, quasi vitale, di attaccare l’essere e l’esistere ad una emulsione di sali d’argento su un supporto di celluloide. Il paradosso fu che il destino beffardo poi, quasi a dimostrare la nostra impotenza ai cambiamenti, fece sì che gran parte di ciò andasse perduto. Tante erano le fughe che settimanalmente, appena libero dal turno in raffineria, Franco faceva insieme alla sua reflex, nei luoghi dove tentava di fermare il tempo. Tanti amori ha avuto dopo la “Ferrania”, tra cui una Olimpus OM2 e una Contax, ma la voglia di rappresentare la società nel tempo è rimasta quella dei primi scatti. Ancora oggi, che usa il digitale, “non perde il vizio”; lo incontri dove si consuma qualche vecchio rito, vuoi anche per le feste patronali e religiose e, se gli fai notare che anche lui ha comprato una Nikon all’avanguardia, ti risponde che ha ancora la camera oscura “smontata in garage” come a metterti in guardia che se provocato potrebbe reagire e magari …

Tanti sono gli aneddoti legati alla sua storia di fotografo che farebbe piacere conoscere ma, se guardi le sue foto, tutto passa in secondo piano. “Sicilia di luce e di lutto” avrebbe detto Gesualdo Bufalino e le sue foto ne sono degne testimonianze. Credo che se avesse avuto il coraggio di lasciare il certo per l’incerto, la “sua” raffineria per la libera professione, sarebbe stata scritta un’altra storia e, se magari avesse avuto la fortuna di conoscere Leonardo Sciascia, non sarei ora io a parlarne.

 


Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria […] per consegnare alla morte una goccia di splendore di umanità di verità.

Fabrizio de Andrè

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